COSTRUIRE IL PROPRIO FUTURO E LA PROPRIA FELICITA'

La grande domanda, il più grande desiderio di ciascuno: "come essere felici". Come essere felici in un contesto che non ci siamo scelti, in mezzo a persone che non ci piacciono, di fronte a difficoltà inattese e superiori alla nostra portata?  Ecco qualche spunto per lavorare insieme su un "cambio di mindset", che ci renda più resilientiNon voglio fare il guru, ma sono convinta che questa sia realmente la ricetta magica della felicità: cambiare approccio, sia sul lavoro che nel privato. Rendersi conto delle convinzioni, degli atteggiamenti, dei comportamenti che ci danneggiano, e trovarne di nuovi e più utili.
In primis la più utile di tutte è questa: guardare il buono che c'è , in ogni situazione, e aspettarsi il buono. Quando volete cominciare?

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I NOSTRI VALORI, E COME CAMBIANO NEL TEMPO

pubblicato 28 ago 2017, 06:50 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 20 lug 2018, 08:06 ]

E' importante riconoscere che ogni individuo ha un suo percorso evolutivo, un viaggio di sviluppo psicologico che è comune a ogni membro della razza umana.

Il punto in cui le persone sono nel loro viaggio condiziona profondamente i loro obiettivi, e il modo in cui rispondono alle sfide della vita.

Secondo Richard Barrett (www.valuescentre.com), in ogni momento della vita, quello che conta davvero per noi è prima di tutto la soddisfazione dei bisogni / valori che corrispondono allo stadio di evoluzione psicologica che abbiamo raggiunto ( motivazione primaria). In secondo luogo i bisogni / valori non soddisfatti degli stadi di sviluppo precedenti, che abbiamo già superato, ma che non abbiamo completamente realizzato ( motivazione secondaria).


Ecco gli stati dello sviluppo psicologico e diversi livelli di bisogni / valori corrispondenti.


Che cosa ci impedisce di concentrarci sulla nostra motivazione primaria, ed evolvere ?

1. I bisogni non soddisfatti degli stadi evolutivi attraverso cui siamo passati, che non abbiamo completamente realizzato ( le nostre motivazioni secondarie)

2. Gli stati evolutivi o livelli di coscienza delle culture in cui siamo inseriti: famiglia, comunità, azienda, società

I nostri bisogni non soddisfatti derivano dalla programmazione dei nostri genitori e dal condizionamento culturale nei nostri anni formativi. 
Nel momento in cui raggiungiamo la maturità fisica siamo prigionieri della nostra programmazione genitoriale e dei condizionamenti culturali. 
La persona che mostriamo al mondo non è il nostro sè autentico, ma è un sè parziale o falso. 
È  un'identità che ha fatto del suo meglio per sopravvivere e stare al sicuro nel contesto fisico e culturale in cui è cresciuta. 
Quello che succede alla maggior parte di noi è che il nostro vero io, la persona che eravamo nati per diventare, viene spinto indietro, sul fondo.

Il lavoro da fare per farlo emergere è : 

1. Rompere le sbarre della prigione che noi stessi ci siamo costruiti, in modo da permettere ai nostri doni innati e ai nostri talenti di manifestarsi

2. Capire fino a che punto le culture in cui siamo inseriti ci aiutano o ci ostacolano nel soddisfare i nostri bisogni, e prendere delle decisioni in proposito.

Sul sito www.valuescentre.com potete fare un veloce self assessment sulla vostra personale scala di valori



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I DUE TIPI DI STORIE CHE RACCONTIAMO A NOI STESSI, SU DI NOI

pubblicato 4 ago 2017, 08:19 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 20 lug 2018, 08:06 ]

http://ideas.ted.com/the-two-kinds-of-stories-we-tell-about-ourselves/?utm_campaign=social&utm_medium=referral&utm_source=facebook.com&utm_content=ideas-blog&utm_term=humanities

Dan Mc Adams, psicologo della Northwestern University, si occupa di "identità narrative" , cioè delle storie che raccontiamo a noi stessi, su noi stessi, e che poi raccontiamo agli altri. L'identità narrativa  si crea col tempo, ed è frutto delle esperienze che riteniamo più significative della nostra vita: è come se creassimo il nostro personale "viaggio dell'eroe", il nostro personalissimo "mito". Come i miti, anche le identità narrative contengono eroi , nemici e alleati. Ci sono degli avvenimenti fondamentali che compongono la sceneggiatura, fondamentali ovviamente dal nostro punto di vista: sfide superate, sofferenze patite, fatiche che ci hanno segnato, successi, fortune. Quando vogliamo farci conoscere dagli altri, raccontiamo la nostra storia, o parti di essa; quando vogliamo sapere di più di un'altra persona, le chiediamo di raccontarci la sua storia.  

La storia della nostra vita non è ovviamente un racconto esaustivo, ma un insieme di quello che Mc Adams chiama "scelte narrative": sono le esperienze che per noi sono più significative, quelle che danno un senso di ciò che siamo. Ma le interpretazioni possono cambiare: lo stesso tipo di evento per qualcuno può rappresentare una terribile e mai superata tragedia, e per un altro, un banco di prova da cui sono nate nuove opportunità e nuova forza. 

Il modo in cui leggiamo il  nostro passato, e il modo in cui lo raccontiamo, innanzitutto a noi stessi, e poi agli altri, ha un grande impatto sul nostro cervello, sulle scelte che ci sentiamo capaci o no di fare, sull'approccio che abbiamo alle relazioni, alle difficoltà, alla vita in genere, e sull'immagine che proiettiamo nel mondo esterno.
La storia che ci raccontiamo di noi ha un enorme impatto sulle scelte che facciamo e sul nostro futuro.

Se volete approfondire il tema, potete guardare il coinvolgente TED article  sul tema.


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7 LEZIONI PER TROVARE IL LAVORO FATTO APPOSTA PER TE

pubblicato 31 lug 2017, 03:55 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 20 lug 2018, 08:07 ]


“La tua chiamata non è una cosa che trovi: è una cosa che cerchi impegnandoti a fondo!"  Molte persone hanno trovato la loro passione a volte molto avanti nella vita.

Se ti è mai capitato di fare un test attitudinale o di avere una conversazione con un Coach su un cambio di lavoro, ci sono buone probabilità che tu abbia già sentito parlare del "trovare la tua chiamata”. E’ una di quelle frasi di cui molte persone si riempiono la bocca.
Ma il fondatore di StoryCorps, Dave Isay, non è d'accordo con questa frase specialmente col verbo “trovare”,
Trovare la propria chiamata non è una cosa passiva: le persone che hanno trovato la loro chiamata hanno preso decisioni faticose, fatto sacrifici per realizzare quello che erano destinati a realizzare.
Detto in altri termini, non trovi semplicemente la tua chiamata: devi combattere per vederla. E vale la pena combattere per questo. Le persone che hanno trovato la loro chiamata hanno il fuoco dentro, dice Isay,   vincitore del 2015 Ted prize. Si tratta di persone che hanno voglia di svegliarsi la mattina e andare a lavorare.
Per oltre 10 anni Story Corps ha ascoltato le storie di persone che scoprivano la loro chiamata e ora le ha raccolte in un libro che si chiama Callings: the purpose and passion of work.

Ecco le 7 cose fondamentali che Isay ha imparato dalle persone che hanno combattuto duramente per trovare il lavoro della loro vita. 

1. La tua chiamata è  all'intersezione di tre linee: fare qualcosa che ti viene bene; essere apprezzato;  credere che il tuo lavoro  in qualche maniera migliora la vita degli altri.
Quanto questi tre pianeti si allineano è come un lampo. Ma questo non significa che una persona deve per forza diventare un chirurgo che salva vite per realizzare una chiamata. Anche la cameriera del ristorante che parla ai suoi clienti e li fa sentire benvenuti sta rispondendo a una chiamata.
Smettete di ascoltare quello che dicono i vostri amici, quello che dicono i vostri genitori, quello che dice la società, e cercate quel posto tranquillo dentro di voi che conosce la verità.

2.  La tua chiamata spesso esce da situazioni difficili.
Quello che si nasconde nel posto tranquillo dentro di voi è un'esperienza che definisce la vostra vita, e spesso è un esperienza dolorosa.
Avere un'esperienza che ci scuote nel profondo e che ci ricorda che siamo mortali può essere molto utile per chiarire molte cose nella nostra vita, e spesso porta a dei cambiamenti radicali. 

3. La chiamata spesso richiede coraggio.
Dalla dottoressa Dorothy Warburton, che affrontò delle grandi minacce sessiste mentre conduceva le sue ricerche scientifiche, fino a Burnell Cotlon, che apri il primo negozio dopo l'uragano Katrina perché non voleva che la sua città morisse, la chiamata spesso comincia col prendere una posizione contro uno status quo che semplicemente è inaccettabile, e dedicare il proprio lavoro a cambiarlo.

4. Gli altri spesso sono capaci di vedere la tua chiamata più chiaramente di te
Sharon Long  non aveva fatto l'università. Un giorno stava parlando con la società che finanziava il corso di sua figlia e disse che le sarebbe piaciuto andare al college, e la persona di fronte a lei rispose: non è troppo tardi potresti fare antropologia forense. Il counselor  suggerì quel corso di laurea semplicemente perché era la disciplina scientifica con l'accesso più facile, ma Sharon ricorda che nel momento in cui si sedette in quella classe realizzò all'istante che era quello per cui era nata.
La chiamata anche se molto personale è  anche molto relazionale:  conosciamo persone ogni giorno, casualmente, e non ci rendiamo nemmeno conto  che ognuno di loro potrebbe essere lo spunto per farci vedere cose che non vediamo.

5. Ciò che davvero conta è quello che succede dopo aver identificato la propria chiamata.
La frase “scoprire la propria chiamata” lascia intuire che nel momento in cui la trovi è come avere trovato una pentola piena d'oro in fondo all'arcobaleno, e la storia  finisce lì. In realtà la tua chiamata è un processo continuo. Capire in cosa consiste la tua chiamata è molto diverso dal sangue, sudore e lacrime che servono per tradurla in pratica. Perseguire una chiamata può significare tornare a scuola, iniziare un nuovo lavoro, mettersi  al servizio degli altri.

6. L'età non conta
Il libro racconta di qualcuno che ha scoperto di voler fare il giornalista  all'età di 21 anni, la prima volta che schiaccio' il tasto REC su un registratore per fare un'intervista durante una protesta studentesca. 
E  racconta anche di un contabile che dopo 30 anni scoprì la sua passione per la macelleria.
Dunque non pensate MAI che sia troppo tardi

7. La chiamata spesso non arriva con uno stipendio generoso.
Ai ragazzi a volte diciamo che l'ideale è trovare un lavoro dove fai poco e guadagni tanto, come se questo fosse il sogno da realizzare.
In realtà le storie della Story Corps parlano di un altro tipo di sogno, molto più gratificante, che implica prendere rischi, lavorare tanto, e vivere con integrità


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SALIRE COME UN RAZZO, CADERE COME UNA PIETRA

pubblicato 31 lug 2017, 03:53 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 20 lug 2018, 08:07 ]

Molti giovani sentono  la chiamata a diventare business leader di successo, ma pochi ci riescono
Peter Vanham del World Economic Forum ha intervistato 20 global business leaders per il libro “Before I was CEO”, e le risposte che ha ottenuto spesso erano forme di saggezza non convenzionale. Ne ha ricavato un set di regole non scritte e non dette, che questi business leaders hanno seguito nelle loro vite  e  nelle loro carriere.

Riassumo qui le più interessanti. 

1. Dai un ritmo cadenzato alla tua carriera e goditi la vista, perché è un Decathlon.

Una delle prime cose che si notano intervistando questi manager è che molti di loro avevano passato i primi anni della loro carriera in paesi che erano fuori dai radar, molto lontani dagli headquarter delle loro multinazionali.  Per esempio il CEO di Heineken aveva passato 10 anni in Gabon, Congo e Ruanda. Il CEO di Nestlè in Perù e Cile.

Questo dimostra che quello che per loro era importante nei primi anni della loro carriera non era diventare CEO, ma piuttosto fare esperienza, viaggiare, divertirsi nell'affrontare le sfide.

È molto meglio dedicare i primi 10 anni della propria carriera a scoprire i propri interessi, i propri talenti e le proprie preferenze;  ed è anche il momento ideale per lavorare sul proprio sviluppo personale, per diventare un bravo team player,  per acquisire competenze tecniche, per gestire il proprio tempo e i progetti. Ed è molto meglio se questo tipo di esperienza viene fatta in posti per noi non familiari, preferibilmente all'estero.

 

2. Non c'è nessun work life balance: dai priorità alla tua felicità! Prima di tutto

La seconda cosa che accomuna la maggior parte dei leader con cui Vanham ha parlato, uomini e donne, americani  o europei, era una relazione molto solida e molto stabile con la propria famiglia.

Questo potrebbe essere sorprendente, perché tendiamo ad immaginare che i CEO lavorino 24/7 e mettano il lavoro al di sopra di tutto.

Eppure penso che tutti abbiamo sperimentato che quando qualcosa non funziona nella nostra vita, spesso anche il lavoro ne risente,  e viceversa.

Ciò non significa che i CEO non lavorino tanto,  ma la chiave è che capiscono che la felicità personale e il successo professionale vanno a braccetto, e tra i due quello più importante è sempre il primo.

 

3. Costruisci legami nei network di cui fai parte

Il consiglio più sbagliato che i giovani professionisti possono ricevere è quello di darsi da fare per creare network andando ai cocktail o ai ricevimenti. 
Non ha nessun senso costruire una quantità enorme e generica di connessioni. È molto più utile creare e rinforzare i network nei gruppi di cui facciamo già parte, fino dalla gioventù .

C'è un adagio che dice "Se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme agli altri".

Questo è particolarmente vero nel costruire una carriera, e l'esperienza dei leader che ho intervistato aggiunge un altro pezzo: tu sei la gente con cui stai.

Fai in modo che siano belle persone, che si tratti della tua famiglia, dei tuoi amici, o delle tue relazioni professionali.


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STAI FORSE SOTTOSTIMANDO TE STESSO? OSA BUTTARTI

pubblicato 31 lug 2017, 03:49 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 20 lug 2018, 08:07 ]


Margie Warrell, importante Coach di origine australiana, sostiene che ciò che ha reso possibile il suo cambio di vita, dall' Australia agli Stati Uniti,  il suo cambio di carriera, e la costruzione di una famiglia con 4 figli, sia stato fondamentalmente un approccio incurante della perfezione. 

Uno dei bias più comuni è la tendenza a sovrastimare i rischi e sottostimare noi stessi. 
La tendenza a sottostimare noi stessi può comparire in diverse aree della vita, e può impattare non solo la dimensione delle nostre ambizioni, ma anche il desiderio stesso di cambiare alcuni aspetti che non ci piacciono. 
Sottostimiamo la nostra abilità come leader, come portatori di cambiamento e come imprenditori.
Sottostimiamo, noi donne, la nostra capacità di essere brave mamme e di perseguire ambizioni di carriera. 
Sottovalutiamo la nostra abilità di fare soldi e costruire ricchezza.
Sottovalutiamo la nostra capacità di prendere rischi e affrontare il fallimento. 
Sottovalutiamo la nostra abilità di influenzare l'autorità e cambiare lo status quo.  
Sottovalutiamo la nostra capacità di essere autonomi e indipendenti.  
Sottovalutiamo la nostra abilità di affrontare le tragedie della vita.  
Sottovalutiamo la nostra capacità di gestire la pressione che arriva insieme al potere. 

Certamente non tutti si sottostimano nella stessa maniera: alcuni per esempio non lo fanno mai ! 
Però sono abbastanza sicura che ciascuno di voi si sarà riconosciuto in almeno una delle cose che ho scritto. 
E questo mi porta a farvi questa domanda: 
quali possibilità si aprirebbero per voi, nel lavoro, nell'amore, e nella vita in genere, se voi osaste credere che siete capaci di fare qualunque cosa decidiate di fare? 

Non sto dicendo che voi potete fare tutto, perfettamente, qui e ora. 
Sto semplicemente dicendo che se c'è un obiettivo o una Vision che vi chiama, che sia gestire un business globale, avere un altro bambino, ricominciare a studiare, lanciare una start-up o dare vita ad un’associazione, avete sicuramente dentro di voi tutto quello che serve per trasformare questa visione in realtà. 
Alcune migliaia di anni fa il filosofo cinese Lao Tzu disse: “Siamo capaci di molto di più di quello che pensiamo”. 
E questo oggi è vero anche più di allora: forse doppiamente vero per le donne. 

Dunque prima di terminare questo articolo prova a fare l'esercizio di buttarti in avanti, immaginandoti a 10 anni da adesso, e connettendoti con la più grande, più alta, più bella Vision che riesci a costruire per la tua vita.  Che cosa starai facendo ? Che impatto starai avendo sugli altri? Come starai usando le tue forze, le tue capacità, la tua creatività e la tua passione in modo da onorare al meglio chi sei? 

La verità e che ci sono cose straordinarie che nessuno farà mai se non le fai tu. Ma per farle occorre coraggio 
Il coraggio di avere fiducia che hai tutto quello che serve.
Il coraggio di rischiare di sbagliare.  
Il coraggio di rimetterti in gioco e di risollevarti, ancora e ancora e ancora .
Il coraggio di stare in piedi dritto, con il tuo potere e con le tue imperfezioni.
E soprattutto il coraggio di lasciare andare tutte le convinzioni limitanti, le scuse, i dubbi, la gente a cui ci appoggiamo, le stampelle e le coperte di Linus che ci tengono lontani dal diventare, creare e contribuire. 
Siete pronti? Forza allora, siate coraggiosi! 

Quando vivevo a Washington DC tenevo una striscia televisiva regolare presso un canale tv locale. 
Sapevo che il target della trasmissione erano persone senior, ma ricordo di essermi indignata quando il producer della mia trasmissione li definì 50+. Anche se allora ero più lontana dai 50 di quanto non lo sia adesso, trovai quella definizione stupida e pregiudizievole. I nostri corpi cambiano con l'età, però ci sono sempre più persone di 45 o 50 anni che hanno l'aspetto di trentenni. La nostra età è un numero, che significa quello che noi vogliamo che significhi. Qualunque etichetta gli altri ci vogliano mettere addosso, non dovremmo mai permettere alla nostra età di definire chi siamo, o di rappresentare una scusa per smettere di crescere, imparare, giocare, provare cose nuove. 
Man Kaur è un esempio per me di enorme inspirazione: è la signora indiana di 100 anni che vedete nella foto, che ha iniziato a correre all'età di 93 su suggerimento di suo figlio, che ne aveva allora 78. Dal momento in cui ha iniziato, ha vinto più di 20 medaglie, tre delle quali d'oro, agli American Masters Games. 
Questo è solo un esempio, di tanti che ne esistono al mondo, del fatto che sfidare quello che non sembra possibile durante la nostra vita è importantissimo . 

Nessuno di noi è immune al dubbio o all'autocritica, e siamo programmati per stare lontani da situazioni che potrebbero rappresentare un rischio
Ma vivere coraggiosamente è indispensabile per vivere bene.  Quando lasciamo che la nostra "paura di non essere abbastanza" guidi le nostre vite, perché siamo troppo vecchi, troppo inesperti o non abbastanza bravi, perdiamo le cose migliori che la vita ha da offrire . La signora Kaur avrebbe potuto dire a suo figlio che era troppo vecchia per incominciare a correre : io ho sentito persone con metà dei suoi anni dirlo! 

E allora? Che cosa fareste oggi se foste coraggiosi?



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SFIDA DELLA FELICITA' IN 10 GIORNI #10 DITE GRAZIE!

pubblicato 28 dic 2016, 12:21 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 14 lug 2017, 06:10 ]

Eccoci all'ultima tappa del nostro piccolo viaggio verso la felicità, l'ultima sfida nella sfida: DIRE GRAZIE!
Gli studi neuroscientifici ci dicono che il cervello è come olio per le cose positive e velcro per quelle negative. Gli avvenimenti negativi si fissano nella nostra memoria di lungo termine 6 volte più velocemente di quelli positivi. Il nostro cervello è costruito per ricordare le minacce, per metterci al riparo dai pericoli, perchè la nostra missione n° 1 come animali pur molto evoluti, è restare in vita e preservare la nostra integrità psico fisica. Passiamo senza rendercene conto quasi 2/3 delle nostre giornate preoccupandoci per il futuro o rattristandoci per il passato. Se tutto ciò è sicuramente utile a "proteggerci dal male", ha anche un effetto controproducente, forse peggiore del beneficio. 
Essere troppo concentrati sul "nero" e troppo poco sul "bianco" ci rende meno efficaci e flessibili di fronte alle difficoltà, perchè vedremo ciò che manca più di ciò che c'è. Dovremmo invece allenare la nostra capacità di individuare rapidamente le risorse che abbiamo già per affrontare pericoli e fatiche,  e la nostra capacità di accedervi altrettanto rapidamente.
Essere focalizzati sulla preoccupazione e sulla paura può farci fare cose che magicamente e ironicamente provocheranno gli effetti negativi che vogliamo evitare. Avete mai tirato un rigore pensando che volevate evitare a tutti i costi che la palla andasse sulla traversa, e la palla sulla traversa ci è finita davvero?
Dobbiamo allenarci a riconoscere e ricordare il buono, ogni giorno. Il buono che è in noi, il buono che ci arriva dagli altri, il buono che è nella natura.
E dobbiamo partire dalle cose piccole: aver cucinato un buon piatto, aver ricevuto un sorriso dal giornalaio, aver finalmente visto il sole dopo 3 giorni di pioggia... e così via.
Ogni giorno alleniamoci a segnare su un diario tutte le cose per cui possiamo dire grazie. All'inizio ne troveremo poche forse, e più passerà il tempo più ne troveremo. 
E questo ci renderà più forti, più flessibili, più emotivamente intelligenti: PIU' FELICI.

Se volete ripercorrere tutte le tappe della Sfida della Felicità in 10 giorni cliccate qui

#coaching #felicità #diregrazie #vedereilbuono

SFIDA DELLA FELICITA' IN 10 GIORNI #9 GIOCA!

pubblicato 28 dic 2016, 11:19 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 14 lug 2017, 06:13 ]


L'emisfero destro è quello che gioca, balla, ride. Da piccoli non facciamo altro che giocare e ridere. Impariamo giocando.  Poi pian piano smettiamo di giocare. E ciò è male.
L'esperienza, e ora anche le neuroscienze, ci confermano che ridere, giocare, ballare, suonare, saltare, cantare...... sono attività utili per il nostro benessere, perchè attivano "gli ormoni della felicità", quali ossitocina, serotonina e dopamina, che sono responsabili del nostro equilibrio personale, della capacità di interagire con gli altri in modo armonico, dell'ottimismo, della voglia di fare ed imparare.  E vivere sotto l'effetto degli ormoni della felicità è un gran bel modo di vivere.
Saremo più efficaci e pronti anche sul lavoro se avremo lasciato spazio al nostro emisfero destro: avremo più idee, saremo più flessibili e creativi, avremo più energia.
Dunque la prossima volta che avrete voglia di ridere forte,  cantare a squarciagola,  ballare da soli, uscire prima per andare in palestra, far tardi la sera ad un concerto, e sentirete la voce del dovere che vi richiama all'ordine, fermatevi, e chiedetevi "quanto mi è utile e necessario oggi far questo? quanto mi darà piacere e soddisfazione e forza?
E concedetevi di giocare!

#coaching #felicità #giocare #ossitocina

SFIDA DELLA FELICITA' IN 10 GIORNI #7 FAI CONTINUAMENTE COSE NUOVE

pubblicato 23 dic 2016, 10:27 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 14 lug 2017, 06:16 ]

Fare cose nuove ha due effetti positivi.
1. Rende il nostro cervello più agile e flessibile, aprendoci alla creatività, all'innovazione e alla gestione e governo del cambiamento.
2. Nel far questo ci rende più felici.
Perchè le due cose sono collegate? Perchè il nostro cervello, in particolare il suo emisfero destro, è stato programmato per inventare, cambiare, sperimentare, intuire, sognare. 
Dare spazio all'emisfero destro significa dare vita e dignità ad una parte fondante della nostra natura. 
Provare cose nuove è un pò come giocare, e giocare significa scoprire e imparare, oltre a divertirsi. Provare cose nuove è rischiare, e nel rischio dell'allontanarsi dalle abitudini acquisiamo nuove capacità, scopriamo talenti di cui non eravamo consapevoli, conquistiamo consapevolezza nelle nostre risorse e alimentiamo autostima e forza.
Fino ai 5 anni sperimentiamo e impariamo giocando e divertendoci. Dall'inizio della scuola dell'obbligo siamo tutti "irregimentati": dobbiamo attenerci alle regole, a un modo predefinito di fare le cose. Dai 6 anni in poi improvvisamente ci si aspetta da noi solo che ci adeguiamo ad un format di eccellenza definito da altri e ad una modalità di ragionamento e azione predefinito, con sistemi premianti costruiti in funzione dello "scostamento vs l'ideale". E a ben pensarci, proseguiamo così fino a quando entriamo nel mondo del lavoro,  e lì ci troviamo "valutati" da molteplici sistemi di assessment. Così perdiamo l'abitudine al gioco, e diventiamo avversi al rischio e al cambiamento. 
Invece fare cose nuove è un modo per recuperare capacità fondamentali per la nostra efficacia ed efficienza, importanti tanto quanto la linearità decisionale, la logica, la scomposizione dei problemi, il rispetto delle regole. Anzi, in un mondo sempre più veloce, incerto, ambiguo, instabile e complesso, allenare e sviluppare la flessibilità, l'intuito e la creatività, seguendo ciò che ci viene naturale e lasciando spazio al "nostro" modo di fare le cose, ci rende più efficaci e capaci di affrontare e guidare il cambiamento.
E nel far ciò, ci rende più felici.
Dunque alleniamoci! Ogni giorno proviamo una cosa nuova. Cominciando da quelle piccole e apparentemente innocue. Cambiamo la strada per andare al lavoro. Cambiamo l'ordine con cui ci prepariamo la mattina. Cambiamo il modo in cui rifacciamo il letto. il "diavolo" è nelle piccole abitudini: dentro quei rassicuranti soliti modi di fare si cela il rischio di sclerotizzare il nostro cervello e chiuderlo a vedere e inventare le opportunità. Ed è un rischio che non possiamo permetterci.

#coaching #felicità #flessibilità #intuito #farecosenuove 



SFIDA DELLA FELICITA' IN 10 GIORNI #8 "FAI PACE" CON LE PERSONE NEGATIVE

pubblicato 23 dic 2016, 10:25 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 14 lug 2017, 06:17 ]

Le persone danno quello che possono, quello che hanno nel cuore. E alcune persone sono purtroppo patologicamente cariche di negatività. A volte sono le delusioni subite negli anni che le hanno rese dure e sfiduciate. Più spesso è un approccio mentale orientato sempre al bicchiere mezzo vuoto invece che mezzo pieno. Purtroppo per loro e per chi li circonda, ci sono molti personaggi capaci di criticare e non di fare, di correggere e non di correggersi, di prevedere sempre solo quello che può andare storto, di immaginare misteri, tradimenti, pericoli. E poi ci sono coloro che si sentono vittime del mondo e della società: "succedono tutte a me" è la loro frase preferita.
Chi conosce persone con queste caratteristiche di solito ha due tipi di reazioni: o le evita o cerca di aiutarle. Purtroppo però di fronte a soggetti "patologici" aiutare non è "d'aiuto", nè  a loro, nè tantomeno a chi l'aiuto lo vorrebbe dare. La persona patologicamente negativa usa chi le offre una spalla come "pattumiera emotiva" dove scaricare tutte le sue frustrazioni. Dallo sfogo ricava  un sollievo di breve periodo, e poco tempo dopo tornerà a ricaricarsi e ad avere bisogno di sfogarsi e lamentarsi nuovamente, pretendendo sempre più attenzioni. La persona che invece cerca di aiutare subisce una vera e propria "aggressione emotiva" che spesso la lascia senza forze, e il senso di spossatezza si acuisce per via dello sforzo vano di far vedere all'altro un lato positivo o semplicemente un diverso punto di vista. Non a caso le persone patologicamente negative vengono anche chiamate "vampiri emotivi".
L'effetto di medio termine è di un legame malato tra una vittima e un salvatore, dove il salvatore, se non riserva sufficienti attenzioni alla vittima, diventa rapidamente  ai suoi occhi carnefice. Ciò lo rende oggetto di recriminazioni e piccole grandi vendette, che minano la sua resistenza e la genuinità del suo desiderio di aiutare. 
Quanto è utile tutto questo? Zero. E' vitale non farsi prendere in questa morsa, e appena ci accorgiamo di esserci dentro, riprendere distacco e centratura. E se necessario allonarsi.

#coaching #felicità #happiness #personenegative #personepositive  #equilibrio #centratura 

SFIDA DELLA FELICITA' IN 10 GIORNI #6 DAI SENZA ASPETTARTI NIENTE IN CAMBIO

pubblicato 23 dic 2016, 09:32 da Giulia Rosa Sirtori   [ aggiornato in data 14 lug 2017, 06:18 ]

Succede una cosa strana quando fai del bene agli altri: ti torna indietro, spesso moltiplicato. Non è sempre così, ma è spessissimo vero. 
E ciò che ti torna indietro non è solamente un grazie, o una promessa per il futuro, ma è qualcosa di molto più intimo e potente: ti senti bene, ti senti ricaricato di energia.
Non si tratta di un senso di "santità" o di bontà, ma di un senso di puro piacere, per sè stessi e per l'effetto che abbiamo prodotto in un'altra persona.
Possiamo dare molto agli altri, in molte forme diverse: un saluto, un sorriso, un messaggio, un favore, un bravo!, un grazie, un'attenzione, un'informazione, delle scuse...etc etc Anche solo ascoltare un'amica in difficoltà che non osava chiedere aiuto, o fare un piccolo regalo inaspettato a un collega, o cedere il posto sul tram genera un'energia molto potente.
I genitori sanno che il tempo e l'energia che dedicano ai loro figli, invece che annichilirli li rivitalizza. Chi fa volontariato dice regolarmente questa frase "quello che le persone che aiuto danno a me è mille volte più grande del contributo che io do a loro" . Siamo venuti al mondo per essere una famiglia umana. Molti lo dimenticano, ma la nostra natura è di stare insieme e supportarci l'uno con l'altro, in cambio di niente, o meglio, forse, in cambio della nostra grandezza e di quella scintilla di divino o soprannaturale che abbiamo in noi. 

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