LA FORZA DEL CORAGGIO EMOZIONALE

by Susan David

In Sud Africa "sawubona" si usa per dire "ciao" in Zulu, e Susan David è una psicologa sudafricana.
C'è un proposito bello e potente dietro questa parola: "sawubona" letteralmente significa "Ti vedo, e potendoti vedere, ti porto dentro di me.
Ma cosa ci vuole per vedere dentro noi stessi? Questa domanda è cruciale, perché il modo in cui affrontiamo il nostro mondo interiore guida tutto, ogni aspetto di come amiamo e come viviamo, il nostro essere genitori e leader. Interpretare le emozioni come positive o negative, tuttavia, è un approccio rigido e non utile. 
La rigidità di fronte alla complessità è deleteria: abbiamo bisogno di maggiori livelli di agilità emozionale per avere vera elasticità e crescita.

Susan David crebbe nei sobborghi bianchi durante l'apartheid in Sud Africa, un paese e una comunità impegnata nel non vedere, nel praticare regolarmente la negazione: fu la negazione a rendere possibile una legislazione razziale per 50 anni, mentre la gente si convinceva che non stava facendo nulla di sbagliato. 
La negazione ha un potere molto forte, non solo in ambito sociale ma anche sul piano personale. Il padre di Susan morì dopo una lunga malattia a 42 anni, quando lei ne aveva 15. 
A scuola Susan, nonostante la tragedia che stava capitando alla sua famiglia, passava da Scienze a Matematica a Storia a Biologia con il solito sorriso, senza mai abbassare la sua media. E alla domanda “Come stai?” rispondeva sempre "Ok." Era fiera della sua forza. Era la signora dell'essere Ok.

Ma a casa la situazione era molto difficile: il padre non aveva potuto portare avanti la sua attività durante la malattia, e la madre, sola, piangeva l'amore della sua vita provando a crescere tre figli, con i creditori che bussavano alla porta. La famiglia era devastata finanziariamente ed emotivamente. Susan entrò velocemente in una spirale negativa di isolamento. Iniziò ad usare il cibo per anestetizzare il dolore, abbuffandosi e purgandosi. Rifiutava di accettare l'intero peso della sua sofferenza. Non ne parlava a nessuno, e in una cultura che valorizzava l'assoluta positività, lei pensava che a nessuno interessasse.
Invece ci fu una persona che non credette alla sua storia. La sua insegnante di inglese delle medie un giorno la fissò coi suoi ardenti occhi blu, mentre distribuiva i quaderni per i temi, e le disse: "Scrivi di come ti stai sentendo. Di' la verità. Scrivi come se nessuno dovesse leggere" . E così Susan fu “autorizzata” a mostrare in modo autentico il suo lutto, il suo male. Fu un gesto semplice, ma a dir poco una rivoluzione. Quella rivoluzione, iniziata a 15 anni, la portò poi a studiare psicologia e a fare della conoscenza e gestione delle emozioni lo scopo di una vita intera.

Il concetto che Susan propugna è quello della “agilità emozionale”.
La bellezza della vita è imprescindibile dalla sua fragilità. Siamo giovani finché non lo siamo più. Camminiamo per le strade in modo sexy finché un giorno non capiamo che passiamo inosservati. Assilliamo i nostri bambini e un giorno capiamo che c'è silenzio perchè l'ex bambino se n'è andatl per farsi strada nel mondo. Siamo in salute finché una diagnosi ci fa piegare in ginocchio. La sola certezza è l'incertezza, eppure non attraversiamo questa fragilità con successo o in modo sostenibile. L'Organizzazione Mondiale della Sanità dice che la depressione è ora la prima causa di disabilità a livello globale -- più del cancro, più dei problemi cardiaci. E in una fase storica di complessità crescente, di cambiamenti tecnologici, politici ed economici mai visti prima, stiamo vedendo come la tendenza delle persone sia sempre più quella di bloccarsi in risposte rigide alle loro emozioni.

Da un lato possiamo rimuginare ossessivamente sulle nostre sensazioni, che restano incastrate dentro le nostre teste, convinti di essere nel giusto, o vittime di noi stessi.
Dall'altro, a volte vorremmo rinchiudere alcune emozioni, metterle da parte, ammettendo solo quelle ritenute legittime.
Un sondaggio condotto su circa 70.000 persone, rivela che un terzo di noi --un terzo -- o giudica se stesso per avere le cosiddette "brutte emozioni," come tristezza, rabbia o persino dolore. O prova con determinazione a mettere da parte queste sensazioni. Lo facciamo non solo a noi stessi, ma anche alle persone che amiamo, come i nostri bambini. Potremmo farli vergognare per aver espresso emozioni "negative", e non riuscire ad aiutarli a guardare queste emozioni come preziose.

Emozioni normali, naturali, vengono viste come buone o cattive. 
Essere positivi è diventata una nuova forma di correttezza morale. A chi ha il cancro viene automaticamente detto di rimanere positivi. Alle donne viene consigliato di non arrabbiarsi. E l'elenco continua. È una tirannia. È una tirannia di positività. Ed è crudele. Scortese. E inefficace. E lo facciamo sia con noi stessi che con gli altri.
Si tratta di risposte rigide, e la rigida negazione non funziona. È insostenibile. Per gli individui, per le famiglie, per le società. E mentre guardiamo le calotte polari che si sciolgono, capiamo che è insostenibile anche per il nostro pianeta.
La ricerca sulla soppressione emotiva mostra che quando le emozioni vengono accantonate o ignorate, si rafforzano. Gli psicologi la chiamano amplificazione. Come quella deliziosa torta al cioccolato nel frigorifero: più provi a ignorarla, maggiore è la sua presa su di te. Potreste pensare di avere il controllo di emozioni indesiderate quando le ignorate, ma di fatto esse hanno il controllo. Il dolore interiore esce sempre fuori. Sempre. E chi ne paga il prezzo? Noi stessi, i nostri figli, i nostri colleghi, le nostre comunità.

Non si tratta di essere “anti-felicità”, anzi! 
Ma quando accantoniamo emozioni normali, per abbracciare una falsa positività, perdiamo la nostra capacità di sviluppare abilità di gestire il mondo così com'è.
Moltissime persone parlano di cosa non vogliono: "Non voglio provare perché non voglio sentirmi deluso. " Oppure: " Voglio solo che questo sentimento vada via." 
Purtroppo si danno obiettivi da “persone morte." Solo le persone morte non sono mai indesiderate o importunate dai loro sentimenti. 
Solo le persone morte non si stressano, non hanno il cuore spezzato, non provano la delusione che viene col fallimento. Le emozioni "pesanti" fanno parte del nostro contratto con la vita. Non si riesce ad avere una carriera significativa o crescere una famiglia o rendere il mondo un posto migliore senza stress e disagio. 
Il disagio è il prezzo di ammissione a una vita che abbia senso.

E come possiamo iniziare a smantellare la rigidità e ad abbracciare l'agilità emotiva?

1) Smettere di fare la lista delle sensazioni/emozioni che non dovremmo provare.

2) Aprire il cuore a ciò che realmente proviamo. Lutto. Perdita. Rimorso. Le ricerche mostrano che l'accettazione radicale di tutte le nostre emozioni, persino quelle confuse e difficili, è la base della capacità di recuperare, del prosperare, e della vera, autentica felicità. Ma l'agilità emotiva è di più della mera capacità di accettazione delle emozioni.

3) Anche l'accuratezza della descrizione conta.
Le parole sono essenziali. Spesso usiamo etichette veloci e facili per descrivere i nostri sentimenti. "Sono stressato" è il più comune. Ma c'è un mondo di differenza tra stress e delusione o stress e terrore di sapere se ho scelto la carriera sbagliata.
Quando etichettiamo le nostre emozioni accuratamente, siamo più abili nel distinguere cosa i nostri sentimenti ci stanno dicendo, i bisogni che stanno rivelando.

Se facciamo queste 3 cose, si attiva ciò che la scienza chiama "potenziale di prontezza nel cervello", e questo ci permette di fare dei passi avanti, i passi giusti per noi. 
Perché le nostre emozioni sono dati. Le nostre emozioni contengono luci lampeggianti verso le cose a cui teniamo. Tendiamo a non provare una forte emozione per cose che non significano nulla per noi. Se provate rabbia quando leggete le notizie, quella rabbia è un segnale, forse, che valorizzate giustizia e onestà – ed è un'opportunità per fare passi concreti per modellare la vostra vita verso quella direzione. Quando siamo aperti alle emozioni difficili, riusciamo a generare risposte allineate ai valori che esse rappresentano.

Noi possediamo le nostre emozioni, non sono loro a possedere noi. Cosa vi sta dicendo l'emozione?
E provate a non dire "Sono," (es "Sono arrabbiato" o "Sono triste"), perché quando dite "sono" è come se voi foste al 100% la vostra emozione. 
Provate invece a registrare il sentimento per quello che è: "Sto notando che mi sento triste" o "Sto notando che mi sento arrabbiato."

Queste sono abilità essenziali, per noi, per le nostre famiglie, per le comunità, e sono fondamentali nell'ambiente di lavoro. 
Nella sua ricerca Susan David ha individuato che i più agili ed elastici tra noi, siano essi individui, squadre, organizzazioni, famiglie, comunità, hanno sempre una grande apertura alle normali emozioni umane. Questa apertura ci permette di riconoscere cosa ci stanno dicendo le emozioni, e di individuare quali azioni ci permetteranno di vivere secondo i nostri valori. 

Quando Susan era piccola, si svegliava la notte terrificata dall'idea della morte. Suo padre la confortava ma non le diceva mai bugie. "Moriremo tutti, Susie" diceva. "È normale essere spaventati." Non provava a frapporre uno schermo tra lei e la realtà. Nel far questo mostrava nei fatti che il coraggio non è un'assenza di paura: il coraggio è la paura che cammina. Quando arriva il nostro momento di affrontare una nostra fragilità, in una situazione difficile, quella situazione ci chiede, "Sei agile?" "Sei agile?". Lasciate che la risposta sia un bel incondizionato "SI." Un "SI" nato da una vita di corrispondenza col vostro cuore e di capacità di vedere voi stessi. 
Perché nel vedere noi stessi, diventiamo bravi anche a vedere gli altri. 
Sawubona.

Vedi il TED Talk di Susan David







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