Sviluppare Intelligenza Relazionale

L'intelligenza emotiva e relazionale è la capacità di riconoscere e gestire le emozioni proprie e degli altri, allo scopo di essere in equilibrio con sè stessi e relazionarsi in modo efficace con colleghi, clienti, capi, amici, familiari.... Già non siamo allenati a dare un nome a quel che ci succede, e se lo fossimo saremmo più bravi ad arginare stati di "sequestro emotivo" che impattano negativamente sulle nostre relazioni. E poi non siamo nemmeno allenati a metterci "realmente" nei panni degli altri, per relazionarci con successo. 
Ma la buona notizia è che l' Emotional Index (E.I.) può essere allenato, e subire dei miglioramenti straordinari anche in pochissimo tempo.
Lavoriamoci insieme!

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Marshall Rosenberg ha distillato negli anni la modalità più efficace per comunicare con gli altri quando abbiamo qualcosa di scomodo da dire, per esempio quando abbiamo la necessità di dare un feedback correttivo, o segnalare un disagio, un'incomprensione.
Normalmente quando qualcuno fa qualcosa che non deve, ci tratta male o non ci considera, non ci da l'attenzione e l'ascolto che desideriamo, noi tendiamo ad arrabbiarci. Quella rabbia è molto utile: va salutata, chiamata per nome e investigata a fondo: qual è il pensiero che sta dietro la rabbia? qual è il bisogno non soddisfatto che ha provocato quella rabbia?
Una volta fatto questo, già avremo disinnescato in modo importante la rabbia stessa, e sarà molto più facile ritrovare uno stato centrato ed equilibrato in cui dare il nostro messaggio all'altro.
Il messaggio che gli vogliamo passare dovrà  essere compreso e accolto dall'altro, in modo da evitare conflitti.Ciò che vogliamo è dire ciò che è importante per noi, e creare le basi per  muoverci con l'altra persona su un nuovo terreno, su nuove basi, raggiungendo un modo di collaborare più positivo.
Per farlo occorre secondo Rosenberg dire 4 cose, in quest'ordine, e in uno stato equilibrato e centrato.
1) FATTI: "in quel momento ....ho visto che tu hai fatto / detto ......"
2) EMOZIONI: "questo mi ha fatto sentire ......."
3) BISOGNI: "io ho bisogno di ................"
4) RICHIESTA: "ti chiedo di ......................"

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Mettersi nei panni degli altri è indispensabile per avere delle relazioni proficue, eppure è spesso molto difficile e faticoso. Il motivo per cui è così faticoso è che partiamo dalle nostre convinzioni e valori per interpretare gli altri. E prendiamo spesso delle grosse cantonate. Ognuno ha i suoi valori, convinzioni, paure, obiettivi, e cercare di capirle, immedesimandosi fisicamente nell'altra persona, o semplicemente chiedendo, è la chiave per trovare un terreno comune, e risolvere il nostro problema aiutando l'altro a risolvere il suo. Se invece interpretiamo le persone intorno a noi alla luce dei nostri valori, convinzioni, esperienze e principi, e giudichiamo chi li ha diversi dai nostri, è molto poco probabile che troveremo un piano di collaborazione efficace ed efficiente. 


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Robert McCloskey , spokesman del Pentagono, attira la nostra attenzione su un concetto contorto e molto legato al "mettersi nei panni degli altri".
Sentire le parole è fondamentale, ma non è ascoltare, e soprattutto non è capire. 
Ogni parola ha un significato diverso a seconda della persona che la pronuncia. Se io parlo di puntualità, sarà molto diverso dal concetto di puntualità che ha il mio collega o la mia amica. E così via.
Inoltre le parole, anche se ci mettiamo d'accordo sul significato che hanno per l'interlocutore, non bastano spesso a cogliere il vero senso di quello che ci vuole dire. Perchè il non verbale e il paraverbale contano molto di più. Studi iniziati negli anni '80 confermano che le parole rappresentano solo il 7% della comunicazione, e il resto viene dalla voce e dalla postura. E la voce e la postura raccontano le emozioni dietro le parole. E le emozioni (e-motere) sono ciò che muove la gente, o che la frena.
Dunque alleniamoci all'ascolto a 360° del nostro interlocutore, alleniamoci a notare le distonie tra le parole e il non verbale, e a chiedere quando l'intuito ci segnala una distonia.



E' stato per me stupefacente quando ad un Training sul Voice Dialogue, pratica ideata e raffinata negli ultimi 40 anni da Al e Sidra Stone, mi sono vista allo specchio. Sono stata invitata a pensare a quello che mi da sommamente fastidio negli altri, e a confrontarlo con l'esatto opposto, la caratteristica opposta e positiva che invece io mi riconosco. Alla fine dell'analisi guidata ho realizzato che ciò che mi irrita tanto nelle altre persone è qualcosa che io non mi permetto di vivere e di esprimere. E che dargli un pò di spazio, in piccole dosi e in maniera coerente con i miei valori e il mio modo di essere, un pochino ogni giorno, aiuta a smettere di giudicare e sanzionare, rende più tolleranti. Ed essere più tolleranti non è cosa buona e giusta perchè l'educazione e la morale ci invitano ad esserlo. E' cosa buona e giusta perchè è UTILE. Se non siamo in preda ad un sequesto emotivo di fronte ad una persona che ci irrita tremendamente, se riusciamo a guardarla con occhi più tolleranti, è altamente probabile che la relazione con quella persona sarà più proficua e collaborativa, dunque più utile a  noi e ad altri.







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Intelligenza emotiva significa saper riconoscere e gestire le emozioni nostre e degli altri.
Di fronte a chi è naturalmente capace di mostrare intelligenza emotiva siamo ci sentiamo più forti, sicuri,  collaborativi, desiderosi di impegnarci e dare il meglio di noi.
Gli ingredienti sono: rispettare, essere interessati, ascoltare davvero, chiedere, consigliare, mettersi nei panni altrui, con l'obiettivo di costruire una relazione migliore.
C'è chi è naturalmente dotato in questo. E tutti gli altri possono allenarsi. Gli studi condotti da Goleman e non solo da lui dagli anni 90 in avanti dimostrano che se il QI (quoziente intellettivo) resta più o meno invariato nel corso della vita, il QE (quoziente emotivo) subisce dei salti quantici anche in poco tempo. E le ricadute sono importanti sia per chi "salta" sia per chi gli sta attorno.

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Secondo la sintesi creata dal professore di Stanford Shirzad Chamine, ognuno di noi ha dentro di sè un certo numero di sabotatori. "Personaggetti" che abitano dentro di noi e a volte prendono il sopravvento. Il Compiacente, che ha bisogno dell'approvazione e dell'amore degli altri; il Perfezionista che per sentirsi a posto deve guardare tutti i dettagli; il Performante, che non riesce MAI ad accontentarsi di un risultato raggiunto; il Controllore, che fatica a delegare, sovrintende ad ogni piccolo passo dei collaboratori, e vorrebbe che tutti facessero le cose come le fa lui; il Rinunciatario, che di fronte alle difficoltà, agli impegni troppo stringenti o troppo lunghi nel tempo scappa; la Vittima, che cerca l'attenzione altrui lamentandosi ed evita gli incarichi pesanti mostrando la sua fragilità; L'Iperattivo,che non riesce proprio MAI a stare senza far niente e consuma energie e lucidità; il Previdente, che si fa prendere da mille dubbi, è orientato al peggio e fatica a lanciarsi in attività rischiose; l' Iper-razionale, che sottovaluta il potere delle emozioni sulla razionalità e pensa che si possa decidere solo con fatti e numeri; il Giudice, il mastro sabotatore, quello che è costantemente impegnato a sanzionare ciò che non va in noi e negli altri.
Hanno tutti buone intenzioni, eppure l'effetto che hanno sulla nostra efficacia nelle relazioni è a volte devastante. Occorre prima di tutto conoscerli, conoscere le loro convinzioni limitanti e paure, e poi disinnescarli costruendo convinzioni potenzianti che ci rendano forti di scegliere ciò che è utile per noi.
Se volete conoscere i vostri principali sabotatori e avere qualche consiglio pratico cliccate qui
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